Il mondo in bianco e nero alla National Gallery
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Può esistere una pittura senza colori? La risposta è un sì lungo sette secoli, a giudicare dall’ultimo originale progetto espositivo della National Gallery. Il colore - spiegano le curatrici Lelia Packer e Jennifer Sliwka - è una scelta, non una necessità. Lo dimostra un nutrito corpus di capolavori che accosta maestri classici come Albrecht Dürer, Rembrandt Van Rijn o Jean-Dominique Ingres a ruggenti interpreti del contemporaneo come Gerhard Richter, Chuck Close e Bridget Riley. Ma la storia della Grisaille, ovvero della pittura in bianco e nero, inizia molto prima, probabilmente dalle vetrate istoriate del XII secolo, cui i monaci cistercensi francesi sottrassero il colore per favorire la concentrazione spirituale dei fedeli. Nel percorso della mostra più di 50 oggetti dipinti, tra cui importanti prestiti internazionali, ripercorrono i passi di un’arte fatta di chiaroscuri o di contrasti, che ha trovato di volta in volta ragioni estetiche, emotive o morali per esistere. Se nel XV secolo il bianco e nero è caratteristico di studi preparatori come quelli, mirabili, di Domenico Ghirlandaio, basta poco perché incontri il favore dei collezionisti e diventi un genere autonomo, come annuncia la fortuna della Santa Barbara di Van Eyck. E poi la moda dei marmi scolpiti in tromp-l’oeil, l’ispirazione della fotografia e del cinema delle origini, l’astrazione rivoluzionaria di Kazimir Malevič. Fino a una grande installazione immersiva di Olafur Eliasson, in cui lampade a una sola frequenza ci trasportano in un mondo monocolore.
Francesca Grego - © 2017 ARTE.it per Bulgari Hotel London