Giulio Paolini: 40 anni di opere alla Fumagalli
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Quam raptim ad sublimia. La frase latina incisa in ottone sul pavimento di una sala dei Musei Vaticani, trascritta da Giulio Paolini su uno striscione in cotone, penzola verso il pavimento di una delle sale della Galleria Fumagalli. Per l’artista genovese le scritte latine restano confinate in una lingua antica, lontane da ogni possibile verifica o riappropriazione, ed è anche per questo che l’architetto sceglie di non issare lo striscione ma di sospenderne la prima estremità in alto, abbandonando l’altro capo al suolo. Quest’opera è solo una delle tappe della produzione dell’artista genovese, che scandiscono la mostra Giulio Paolini. Teorie delle apparenze. Opere 1969-2015. Una selezione di lavori che, abbracciando l’intero arco di produzione dell’artista - iscritto in un ambito di ricerca di matrice concettuale - cercano di restituire una visione complessiva dell’operare di Paolini, dalle tele prospettiche degli anni Settanta alla dimensione teatrale e letteraria degli anni Ottanta, fino ai più recenti studi sull’identità dell’autore e sulla sua condizione di spettatore. "Il mio modo di agire è in rapporto, staffetta continua, tra il quadro prima e quello dopo. Ogni mio quadro in definitiva è la replica del precedente" scrive Paolini, il maestro che attraverso installazione, disegno, collage, calco in gesso e fotografia, indaga natura tautologica e metafisica dell’operare artistico mettendo in discussione le sue sovrastrutture di metodo e rigenerando il lavoro in prospettive sempre nuove. L’omaggio a Paolini da parte della Galleria Fumagalli corre dalla piccola tela Disegno geometrico del 1960, l’atto di nascita della ricerca artistica dell’artista, al calco in gesso di una mano che sostiene un libro bianco aperto alle ultime pagine. Un’allusione alle “quattro osservazioni” del filosofo tedesco Martin Heidegger, prese a paradigma del pensiero postmoderno sull’arte.
Samantha De Martin - © 2018 ARTE.it per Bulgari Hotel Milano