James Nachtwey: un inno alla pietà e alla bellezza nell’inferno della guerra
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Tessendo una danza infinita tra luce e tenebra, da 40 anni James Nachtwey dà un volto alla guerra. Ha i tratti del dolore, dell’ingiustizia, della violenza questo ritratto che il fotografo sceglie di consegnare al pubblico utilizzando la via della bellezza e della compiutezza formale, per rimanere vicino alla parte più sofferente e sola del mondo. Una bellezza che assurge a strumento di lotta, un gesto di pietas di fronte all’inferno di Mostar, dove in una camera da letto un cecchino spara dalla finestra, o di fronte a un sopravvissuto a un campo di concentramento Hutu in Ruanda, con una cicatrice sul volto. Duecento immagini racchiuse in diciassette sezioni propongono al visitatore, un’ampia selezione dei reportage più significativi di un testimone epico che, da El Salvador a Gaza, dall’Indonesia al Giappone, passando per la Romania, la Somalia, il Sudan, il Rwanda, l’Iraq, l’Afghanistan, il Nepal, gli Stati Uniti, mostrando il crudo volto della guerra, innalza il suo inno di pace. Perché, come afferma lo stesso fotografo, in una condizione in cui "uomini e donne hanno perso tutto, le loro case, le loro famiglie, le loro braccia e le loro gambe, la loro ragione, ciascun sopravvissuto possiede ancora l'irriducibile dignità che è propria di ogni essere umano". E gli scatti di Nachtwey ne sono la personale, commovente testimonianza.
Samantha De Martin - © 2017 ARTE.it per Bulgari Hotel Milano