Urdu, una lingua che è arte

Urdu, una lingua che è arte
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Ali Kazim, Senza titolo, Dalla serie The Bird Hunter, 2020 | Courtesy © Ali Kazim

Alla Ishara Art Foundation di Dubai, la mostra Urdu Worlds propone un’indagine rara e articolata sulla lingua come spazio di immaginazione, appartenenza e costruzione culturale. Prima esposizione negli Emirati Arabi Uniti interamente dedicata all’urdu in ambito artistico contemporaneo, il progetto mette in dialogo le opere di Zarina e Ali Kazim, due artisti appartenenti a generazioni e percorsi diversi, accomunati da un rapporto profondo e non strumentale con questa lingua. Curata da Hammad Nasar, la mostra si configura come una conversazione visiva piuttosto che come una narrazione tematica. L’urdu non è trattato come oggetto di studio linguistico, ma come matrice di mondi interiori, strumento attraverso cui l’esperienza individuale prende forma e si traduce in immagine. Le opere non illustrano le parole, ma ne assorbono il ritmo, le ambiguità e le stratificazioni storiche, suggerendo come il linguaggio contribuisca a modellare la percezione del reale. Nel lavoro di Zarina, nata ad Aligarh nel 1937 e attiva per decenni tra Asia, Europa e Stati Uniti, la lingua diventa luogo di stabilità in una vita segnata dallo spostamento. Le serie Urdu Proverbs e Home is a Foreign Place mostrano come proverbi, parole e calligrafie possano funzionare come dispositivi visivi capaci di contenere memoria, perdita e senso di casa. Le sue incisioni traducono in immagini ciò che spesso resiste alla traduzione letterale, restituendo all’urdu una dimensione intima e universale al tempo stesso. Intorno a questo nucleo si dispiega l’ampio corpus di lavori di Ali Kazim, artista nato nel 1979 e basato a Lahore, presentato per la prima volta in modo istituzionale nella Regione dell’Asia Occidentale. Le sue opere, che spaziano dalla pittura alla stampa, dal disegno al video, costruiscono un lessico visivo in cui il paesaggio diventa deposito di memoria e luogo di coabitazione tra presente e passato. Nella serie Alphabets, sviluppata in dialogo con il curatore, frammenti di territori urbani e rurali assumono la funzione di segni elementari, come se il mondo potesse essere letto attraverso un abbecedario instabile. In lavori come Tteela, grandi superfici cartacee sono attraversate da accumuli di frammenti archeologici, evocando una stratificazione temporale in cui le generazioni si sovrappongono senza mai cancellarsi del tutto. Qui la lingua non compare come testo, ma come struttura mentale, come modo di organizzare lo spazio e il tempo. Urdu Worlds non propone una celebrazione identitaria né una difesa nostalgica della lingua. Piuttosto, mette in tensione il rapporto tra parole, immagini e istituzioni, sollevando interrogativi su come i linguaggi vengano usati per definire appartenenze, inclusioni ed esclusioni.
Veronica Azzari - © 2026 ARTE.it per Bvlgari Resort Dubai