Dalla parte degli Aborigeni: l’Australia si racconta alla Tate Modern

Dalla parte degli Aborigeni: l’Australia si racconta alla Tate Modern
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“Terra di nessuno”: così gli inglesi definirono l’Australia all’epoca della sua scoperta e questo bastò a giustificarne la colonizzazione. I popoli aborigeni che abitavano l’isola da decine di migliaia di anni furono decimati da massacri, malattie e dalla carenza di cibo conseguente alla perdita della terra, privati di ogni diritto, cancellati dalla storia ufficiale. Nel 1992 una clamorosa sentenza dell’Alta Corte ha ribaltato il vecchio principio della “terra nullius”, riconoscendo l’antichissima relazione degli aborigeni e degli isolani dello Stretto di Torres con il territorio australiano. Prende le mosse di qui la mostra da poco inaugurata alla Tate Modern per indagare attraverso l’arte storie di sopraffazione e questioni postcoloniali, tensioni politiche e legami che le più antiche culture viventi del mondo intrattengono con la propria terra. A raccontarle sono quasi trenta opere di artisti australiani, molte delle quali sono state acquisite congiuntamente dalla Tate e dal MCA di Sidney per rendere omaggio ai primi abitanti dell’isola e riconoscerne l’insostituibile ruolo nella cura dell’ambiente. In mostra una varietà di voci, linguaggi, tecniche e visioni. Alle opere di artisti aborigeni che sono anche Anziani delle loro comunità, realizzate con materiali tradizionali come argilla e corteccia di albero, si affiancano video, fotografie, dipinti e grafiche che interrogano la storia e l’attualità più scottante. Negli scatti di Up in the Sky, per esempio, Tracey Moffatt evoca le vicende delle “generazioni rubate”, ovvero dei bambini nativi che fino agli anni Settanta sono stati strappati alle famiglie per essere educati in missioni cristiane, mentre la performance Jabiluka U02 di Bonita Ely dà voce alle preoccupazioni degli aborigeni di fronte ai pericoli dell’estrazione dell’uranio nei loro territori.
Francesca Grego - © 2021 ARTE.it per Bulgari Hotel London