L’arte di Tracey Emin è la sua vita

L’arte di Tracey Emin è la sua vita
#Art

Largo spazio a Tracey Emin che si spande come un fiume in piena negli ambienti della White Cube Bermondsay, colmando i vuoti con sculture, neon, dipinti, film, fotografie e disegni che travolgono con la loro carica di emozioni e ricordi. E’ il corpo dell’artista il soggetto più spesso ritratto, con l’alternanza di toni rosso scuro e rosa che alludono al viaggio inesorabile tra nascita e morte. Un corpo che si fa termometro delle inquietudini, della rabbia e della disperazione legate al semplice fatto di esistere, al trauma del suo primo aborto avuto nel 1990, al territorio spesso irto delle relazioni sessuali, alla recente scomparsa di sua madre. La Emin volge lo sguardo indietro e apre un canale di comunicazione con l’arte del Novecento, congiungendosi alla figurazione espressiva e al realismo di Käthe Kollwitz, dialogando con l'angoscia di Edvard Munch e ritornando a Egon Schiele nell’espressione della sessualità delle donne. Aprono il percorso 50 travolgenti autoritratti che campeggiano nella South Gallery I: inquietanti e intimi primi piani che catturano il tormento nelle lunghe ore di insonnia dell’artista. Chiudono il viaggio quattro vetrine tematiche che contengono l’universo più intimo della Emin con lavori su carta, maquette e cimeli provenienti dal suo archivio, e basati sui temi dell'amore, del sesso, della morte e della paura.
Silvia Sole - © 2019 ARTE.it per Bulgari Hotel London