Chen Yujun: pittura nomade tra spazi ibridi e foreste inquiete

Chen Yujun: pittura nomade tra spazi ibridi e foreste inquiete
#Exhibitions
I, We | Courtesy Long Museum West Bund

Un varco si apre tra pareti scrostate e giardini che riconquistano il cemento: è lì che la pittura di Chen Yujun ricompone frammenti di memoria, migrazione e desiderio. La mostra si muove a ritroso, come un montaggio che ribalta il tempo, e mette al centro il dipinto come linguaggio poroso: tre capitoli - The Outsider, Displaced Spaces, Nature - intrecciano case abbandonate, interni ibridi e foreste febbrili. Lo “spazio” è il primo protagonista: ambienti sospesi tra Minnan e modernismi globali, balconi a sbalzo e archi del Sud-Est asiatico, una geografia emotiva nata a Putian e dilatata da spostamenti tra città e continenti. Lì la pittura diventa sguardo nomade: strutture mutevoli, collage, superfici dense che rifiutano etichette. Poi la natura, non come paesaggio ma come forza animista: liane che cercano luce, alberi-longan segnati da cicatrici, ecosistemi che insegnano resilienza e interdipendenza. Nelle tele di Outsider, il sogno d’altrove incrina le villette da catalogo, l’erba invade, i confini saltano, l’ordine umano vacilla.,Tra “Io” e “Noi” si apre una soglia operativa: lo studio come salotto pubblico, le mostre fuori dal white cube, il quadro come dispositivo di relazione. Complessità e densità non sono orpelli, ma la grammatica di un universo pittorico plurale, dove l’intimo e il collettivo coesistono e la pittura, come una vite, trova sempre un appiglio da cui ricominciare.
Viola Canova - © 2025 ARTE.it per Bvlgari Hotel Shanghai