Yayoi Kusama una ripetizione molto "pop"

Yayoi Kusama una ripetizione molto "pop"
#Exhibitions
Yayoi Kusama, Airmail Stickers, 1962/1992 | Courtesy © Yayoi Kusama

Non è colore, non è decorazione. È una necessità. Dal 16 aprile al 30 agosto 2026, al Yayoi Kusama Museum, la mostra KUSAMA’S POP affronta uno degli aspetti più riconoscibili e al tempo stesso più fraintesi del lavoro di Yayoi Kusama: il rapporto tra ripetizione, consumo e identità. Il punto di partenza è una domanda implicita: perché il lavoro di Kusama viene definito “pop”? La mostra prova a rispondere tornando agli anni Sessanta, quando l’artista si confronta con la scena newyorkese e con il linguaggio della cultura di massa. Ma invece di aderire alla Pop Art come celebrazione dell’immagine industriale, Kusama ne altera la logica dall’interno, trasformando la serialità in un gesto ossessivo e personale. Il percorso riunisce opere che rendono evidente questa tensione. I collage costruiti con materiali identici - come adesivi o frammenti stampati - saturano lo spazio visivo fino a renderlo instabile. Non rappresentano il consumo, lo replicano. Allo stesso modo, le sculture che utilizzano oggetti quotidiani, come il cibo industriale, non ironizzano sul mondo contemporaneo ma lo incorporano, fino a farlo coincidere con l’esperienza psicologica dell’artista. In questo passaggio si chiarisce una differenza decisiva. Se il pop occidentale lavora sulla distanza - l’immagine come superficie da osservare - Kusama elimina ogni separazione. Il motivo ripetuto, il pattern, la proliferazione delle forme non producono riconoscibilità ma perdita di orientamento. È quello che lei stessa ha descritto come self-obliteration: un processo in cui il soggetto si dissolve nello spazio che costruisce. La mostra insiste su questa ambiguità. Il colore, apparentemente immediato, diventa un dispositivo di attrazione che conduce altrove, verso una dimensione in cui il piacere visivo convive con una forma di inquietudine. Non c’è leggerezza, ma accumulo. Non c’è ironia, ma necessità. All’interno del museo - uno spazio costruito interamente attorno alla pratica dell’artista e organizzato in percorsi a numero chiuso e tempi contingentati - questa esperienza si condensa ulteriormente. Il visitatore non attraversa semplicemente delle opere, ma entra in un sistema chiuso, regolato, dove la ripetizione non è solo un tema, ma una condizione.
Veronica Azzari - © 2026 ARTE.it per Bvlgari Hotel Tokyo