Yamaguchi Kayo, il Maestro di Kyoto

Yamaguchi Kayo, il Maestro di Kyoto
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Yamagguchi Kayo, Sunny Autumn, 1977, Kitazawa Museum of Art | Courtesy © Sompo Museum of Art, Tokyo

Negli animali dipinti da Kayo Yamaguchi c’è spesso qualcosa di immobile e inquieto allo stesso tempo. Gatti, cavalli, gru, pesci e figure umane sembrano emergere da superfici costruite con pochi elementi essenziali, sospese tra osservazione naturale e costruzione simbolica. La grande retrospettiva organizzata dal Sompo Museum of Art ripercorre proprio questa lunga ricerca pittorica, sviluppata lungo quasi tutto il Novecento giapponese. Nato nel 1899 nella Prefettura di Aichi, Yamaguchi attraversò alcuni dei momenti più complessi della storia moderna del Giappone: l’industrializzazione accelerata, la guerra, il dopoguerra e la ricostruzione economica. La sua pittura rimase però sempre distante sia dal realismo accademico sia dalle avanguardie radicali, costruendo invece un linguaggio personale basato sulla sintesi delle forme, sull’equilibrio della composizione e su una costante tensione tra tradizione giapponese e modernità. La mostra riunisce opere provenienti da musei e collezioni private giapponesi, seguendo l’evoluzione dell’artista dagli anni Venti fino alle opere tarde. Il percorso mette in evidenza il modo in cui Yamaguchi sviluppò progressivamente una pittura sempre più essenziale, riducendo dettagli e profondità prospettica per concentrarsi sulla presenza quasi silenziosa delle figure e sulla costruzione della superficie pittorica. Una parte importante dell’esposizione riguarda il rapporto dell’artista con la pittura nihonga, il movimento che tra fine Ottocento e Novecento cercò di ridefinire la pittura giapponese moderna mantenendo tecniche e materiali tradizionali. Yamaguchi lavorò infatti con pigmenti minerali, carta e seta, ma utilizzò questi strumenti in modo libero e personale, allontanandosi progressivamente dalle convenzioni decorative più rigide della tradizione. Tra i soggetti più ricorrenti compaiono animali e scene quotidiane, ma la mostra evidenzia anche il rapporto dell’artista con il paesaggio e con la memoria culturale giapponese. Molte opere sembrano infatti costruire uno spazio sospeso tra osservazione reale e immaginazione, dove il tempo appare rallentato e le figure assumono una qualità quasi archetipica.
Veronica Azzari - © 2026 ARTE.it per Bvlgari Hotel Tokyo