Tre artisti tra paesaggio, memoria e migrazione

Tre artisti tra paesaggio, memoria e migrazione
#Exhibitions
Walid Siti, Build, Unbuild, Rebuild, 2023 | Courtesy © Walid Siti

Nelle sale dell’Artists’ Rooms del Jameel Arts Centre il paesaggio non appare come uno scenario stabile. Desertificazione, geografie frammentate, memorie diasporiche e territori in trasformazione attraversano le opere di Lulua Alyahya, Shezad Dawood e Walid Siti, protagonisti della nuova edizione del programma espositivo dedicato a pratiche contemporanee internazionali. Negli ultimi anni il Jameel Arts Centre ha consolidato un programma espositivo attento alle pratiche artistiche provenienti dal Medio Oriente, dal Nord Africa e dall’Asia meridionale, privilegiando progetti che intrecciano ricerca storica, ecologia e riflessione politica. Questa edizione di Artists’ Rooms prosegue in quella direzione, evitando però una lettura didascalica dei temi affrontati. Il progetto non costruisce una mostra collettiva tradizionale, ma affida a ciascun artista uno spazio autonomo. Le tre ricerche si sviluppano così come ambienti distinti ma attraversati da questioni comuni: il rapporto tra essere umano e territorio, la percezione del cambiamento ambientale e la memoria di luoghi segnati da conflitti, migrazioni o trasformazioni economiche. Il lavoro di Lulua Alyahya si concentra sulle trasformazioni del paesaggio del Golfo e sulla relazione tra ambiente naturale e urbanizzazione. Attraverso installazioni e materiali organici, l’artista costruisce opere che riflettono sulla vulnerabilità ecologica della regione e sul modo in cui la modernizzazione modifica la percezione dello spazio desertico. Diversa è la pratica di Shezad Dawood, che da anni sviluppa progetti interdisciplinari tra cinema, installazione, ricerca scientifica e cultura visiva. Le sue opere affrontano spesso questioni legate al collasso ambientale, alle reti tecnologiche e alle conseguenze culturali della globalizzazione. Al Jameel Arts Centre, Dawood continua questa ricerca attraverso lavori che intrecciano narrazione speculativa e riflessione geopolitica. La pratica di Walid Siti nasce invece dall’esperienza dell’esilio e dalla memoria delle montagne del Kurdistan iracheno. Le sue opere, sospese tra pittura, scultura e installazione, trasformano il paesaggio montano in una forma simbolica legata alla resistenza, alla perdita e alla sopravvivenza culturale. Le montagne diventano così immagini della memoria più che rappresentazioni geografiche precise.
Veronica Azzari - © 2026 ARTE.it per Bvlgari Resort Dubai