Brion Gysin, il mago del cut-up

Brion Gysin, il mago del cut-up
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Brion Gysin, Dreamachine, 1979 | Courtesy © Musée d’Art Moderne de Paris

Il Musée d’Art Moderne de Paris dedica una grande retrospettiva a Brion Gysin, artista britannico nato nel 1916 e morto nel 1986, figura difficilmente classificabile nella storia dell’arte del Novecento. Pittore, poeta, performer, fotografo e musicista, Gysin attraversò gran parte delle avanguardie del secolo muovendosi tra letteratura, arti visive e sperimentazione sonora. La mostra, intitolata The Last Museum, ripercorre l’intero arco della sua ricerca attraverso oltre 140 opere. Il nome di Gysin è legato soprattutto all’invenzione del cut-up, una tecnica sviluppata alla fine degli anni Cinquanta a Parigi che consiste nel tagliare un testo e riorganizzarne casualmente i frammenti per generare nuove combinazioni linguistiche. Il metodo, che riprende in parte le pratiche dadaiste, fu elaborato insieme allo scrittore William Burroughs e divenne uno dei dispositivi più influenti della cultura sperimentale del secondo Novecento. L’esposizione segue le principali tappe di una carriera costruita spesso ai margini delle istituzioni artistiche tradizionali. Attratto da ambienti alternativi e underground, Gysin viaggiò a lungo tra Europa, Nord Africa e Stati Uniti, entrando in contatto con una rete internazionale di artisti, musicisti e scrittori. Questo continuo spostamento geografico e culturale si riflette nella varietà dei linguaggi utilizzati, dalla pittura alla poesia sonora, dal film sperimentale alla performance. Una parte centrale del percorso è dedicata alla Dreamachine, uno dei dispositivi più singolari concepiti dall’artista. Si tratta di un cilindro rotante dotato di fessure e illuminato dall’interno da una lampadina. Quando ruota, la luce che filtra attraverso le aperture produce una frequenza luminosa che, osservata a occhi chiusi, genera visioni e immagini mentali nello spettatore. Più che una scultura o un’installazione, la Dreamachine è un’esperienza percettiva pensata per agire direttamente sul cervello. La mostra mette inoltre in evidenza i rapporti di Gysin con numerosi protagonisti della scena artistica e letteraria internazionale. Accanto alle sue opere compaiono lavori di artisti e autori con cui intrattenne relazioni creative o che subirono la sua influenza, tra cui William Burroughs, John Giorno, Keith Haring e Patti Smith. Parigi occupa un posto centrale nella biografia dell’artista. Gysin vi soggiornò negli anni Trenta durante gli studi alla Sorbona e vi tornò all’inizio degli anni Sessanta, frequentando gli ambienti surrealisti e il celebre Beat Hotel di rue Gît-le-Cœur, luogo di incontro della Beat Generation europea. Negli anni Settanta si stabilì definitivamente nella capitale francese, vivendo in un appartamento di fronte al Centre Pompidou e lasciando alla città, prima della morte, l’intero patrimonio della sua opera.
Paolo Mastazza - © 2026 ARTE.it per Bvlgari Hotel Paris