Nel 2026, a cento anni dalla morte di Claude Monet, il Musée de l’Orangerie dedica una mostra che rilegge il lavoro del pittore a partire da un elemento strutturale della sua pratica: il tempo. Non come tema astratto, ma come metodo di lavoro, costruito attraverso la ripetizione, la variazione e l’osservazione continua dello stesso motivo. Claude Monet, nato a Parigi nel 1840 e morto a Giverny nel dicembre 1926, è il fondatore dell’Impressionismo e una figura centrale nella definizione della pittura moderna. La sua ricerca si sviluppa a partire dalla pratica en plein air e si concentra sulla percezione della luce e delle sue trasformazioni. Già negli anni Settanta dell’Ottocento il suo nome è associato a un modo nuovo di dipingere, basato sulla registrazione immediata di un’impressione visiva. La mostra segue questa traiettoria. Le serie degli anni Novanta, dedicate alle cattedrali, ai covoni e ai pioppi, introducono un metodo che consiste nel lavorare sullo stesso soggetto in condizioni diverse. Non è la variazione del motivo a interessare, ma quella della luce e del tempo atmosferico. È qui che la pittura di Monet si struttura come sequenza. Il percorso si conclude con le grandi composizioni delle Ninfee, realizzate negli ultimi decenni della sua vita. In queste opere il principio seriale si modifica: la frammentazione lascia spazio ad una visione continua, in cui lo spazio si dilata e il riferimento al soggetto si dissolve progressivamente. L’Orangerie, che conserva le grandi decorazioni delle Ninfee concepite dall’artista, è il contesto naturale per questa rilettura. La mostra non introduce nuove scoperte, ma propone un cambio di prospettiva: osservare Monet non attraverso i singoli dipinti, ma attraverso il processo che li lega. L’anniversario del 2026 offre l’occasione per riportare al centro una pratica che ha influenzato l’intero sviluppo della pittura del XX secolo. Più che una celebrazione, una verifica: come Monet costruisce l’immagine nel tempo.
Una grande mostra al Louvre mette a confronto Michelangelo e Auguste Rodin, due scultori separati da tre secoli ma uniti da una stessa concezione della scultura come energia del corpo.
Al Palais Garnier il Ballet de l’Opéra di Parigi presenta Empreintes, una serata di creazioni firmate da Morgann Runacre-Temple, Jessica Wright e Marcos Morau che mette in dialogo danza, immagine e nuove tecnologie.
Il Musée d’Orsay ricostruisce la genesi della Statua della Libertà attraverso la figura del suo autore, Auguste Bartholdi, protagonista della scultura monumentale del XIX secolo.
Dopo il debutto al Victoria and Albert Museum di Londra, la mostra Fragile Beauty arriva a Parigi al Jeu de Paume con oltre trecento fotografie provenienti dalla collezione di Elton John e David Furnish.