Dipingere il dipinto con Robert Ryman

Dipingere il dipinto con Robert Ryman
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Robert Ryman, Untitled Study, 1963, Kenneth C. Griffin Collection | Courtesy © 2026 Robert Ryman - DACS, London, David Zwirner | Foto: Stephen Arnold

Una ricerca che attraversa quasi sessant’anni di lavoro è al centro di Robert Ryman: The Real Thing, retrospettiva al Barbican di Londra costruita su oltre sessanta opere dagli anni Cinquanta ai primi anni Duemila. Il punto di partenza non è stilistico ma operativo. Ryman lavora su una domanda elementare: cosa costituisce un dipinto. Non rappresentazione, non astrazione, ma pittura come fatto concreto - materiale, superficie, relazione con il muro e con lo spazio. È in questa direzione che si comprende l’uso insistito del bianco, non come scelta estetica riduttiva, ma come condizione che permette di rendere visibili variazioni minime di luce, supporto e gesto. Nato a Nashville nel 1930, Ryman arriva alla pittura in modo non accademico. Si trasferisce a New York nei primi anni Cinquanta con l’intenzione di diventare musicista jazz e lavora come guardiano al Museum of Modern Art. Il contatto quotidiano con le opere segna una svolta. Inizia a dipingere senza aderire alle correnti dominanti, sviluppando una posizione autonoma rispetto all’Espressionismo Astratto e al Minimalismo, pur condividendone alcune premesse. La mostra insiste sulla dimensione sperimentale del suo lavoro. Tele, lino, acciaio, alluminio, plexiglass, carta: ogni supporto modifica la pittura e il modo in cui viene percepita. Anche i sistemi di fissaggio - viti, staffe, nastro adesivo - restano visibili e diventano parte della composizione. Il dipinto non è un’immagine da contemplare, ma un oggetto che si definisce nello spazio. Alcuni lavori chiave, dagli anni Sessanta alle serie più tarde, mostrano una pratica fondata sulla variazione continua. Ogni opera è una verifica, un test. Ryman stesso si definiva un realista: non nel senso della rappresentazione, ma nella volontà di confrontarsi con la realtà fisica della pittura. La retrospettiva non costruisce una narrazione evolutiva lineare. Propone piuttosto un’esperienza percettiva, in cui le differenze emergono lentamente, attraverso il tempo dello sguardo. È in questa attenzione che si misura il lavoro di Ryman: non nell’immagine, ma nella condizione stessa del vedere.
Paolo Mastazza - © 2026 ARTE.it per Bvlgari Hotel London